MIGRAZIONI: IL DIRITTO ALLA SPERANZA, IL DOVERE ALL’ACCOGLIENZA di Ludovica Fagandini

In questo ultimo anno, in cui la pandemia Covid ha monopolizzato oltre alla nostra vita quotidiana anche il mondo dei mass media, tendiamo a dimenticare l’esistenza di altre problematiche che affliggono popolazioni a livello globale.

Per stimolarci a riflettere riguardo alcuni argomenti di attualità e la storia del nostro recente passato, inerenti alle migrazioni, i nostri insegnanti di religione e italiano, professor Inzani e professor Carra, hanno organizzato per noi studenti della 5^A CH alcuni interessanti incontri preceduti da lezioni introduttive sugli specifici argomenti. Per coinvolgerci ci sono stati affidati gli svolgimenti di ricerche a gruppi riguardanti le questioni della rotta balcanica, della migrazione italiana in America e della situazione siriana. Tutti gli incontri sono stati organizzati grazie all’Agenzia Scalabriniana ACSC, e più precisamente grazie al suo Programma di Animazione Giovanile Interculturale dei missionari scalabriniani, che in Europa si chiama “Via Scalabriniani 3”, di cui P. Jonas Donazzolo è direttore. Questa associazione si occupa in modo concreto di aiutare i profughi sia lungo il loro percorso verso l’Occidente, sia nell’accoglienza al loro arrivo a destinazione. Grazie alla preziosa collaborazione di questo carismatico missionario brasiliano abbiamo potuto approfondire meglio le dinamiche dell’attuale situazione migratoria.

Il primo incontro si è svolto con Padre Jonas il 22 dicembre. Ci ha raccontato le esperienze che ha vissuto in prima persona aiutando i profughi, in particolar modo lungo la rotta balcanica, e vivendo con loro le difficoltà quotidiane. Le sue parole hanno acceso in noi ammirazione nei suoi confronti per il coraggio con cui ha intrapreso il proprio percorso di vita e possiamo chiederci se l'abbia trovato grazie alla sua fede profonda o se già il suo modo di essere e il suo carattere lo abbiano spinto in questo cammino. Non sono molte le persone che hanno l’energia positiva e la forza di aiutare il prossimo senza fare distinzioni di religione o etnia, di vivere lontani dalla propria famiglia per così tanto tempo senza comodità e condividendo le difficoltà di coloro che cercano una vita migliore in altri Paesi. Parlando con lui si ha una sensazione di serenità e curiosità per tutto ciò che ha da raccontare; questo ci porta a riflettere su come una persona non ricca materialmente possa trasmettere questa gioia di vivere in una società dove il materialismo è spesso alla base di quella che noi consideriamo felicità. Forse lui ha colto l’essenza vera e profonda della felicità che è conoscere il mondo, confrontarsi con culture diverse e saper accettare ciò che è diverso da noi senza pregiudizi. Sicuramente le persone che lui ha aiutato, alla fine hanno arricchito P. Jonas grazie alla loro storia di vita condivisa con lui, alla loro gratitudine e al loro affetto. In fondo lui come ognuno di noi è frutto di ciò che era ma anche di ciò che ha vissuto e questo ci deve spronare a cercare di capire quali siano i reali valori della vita.  

Per approfondire ulteriormente l’argomento “rotta balcanica”, grazie a testimonianze e punti di vista diversi, il 1 marzo abbiamo potuto conoscere Paola Tellatin, coordinatrice di “Via Scalabriniani 3”, e Simone Garbero, giovane testimone che ha vissuto l’esperienza con gli scalabriniani sulla Rotta Balcanica “Umanità Ininterrotta”.  Loro, come altri volontari, si occupano in maniera attiva e solidale di aiutare i migranti di ogni provenienza, religione e cultura. Gli argomenti affrontati erano particolarmente impegnativi, in quanto ci hanno mostrato una visione su un mondo di sofferenza e precarietà, tramite il racconto delle esperienze vissute da Paola e Simone nei ventun giorni trascorsi a contatto con persone in transito lungo la rotta balcanica. Ciò che meglio emergeva dalle loro parole era la sensazione di “tempo sospeso”, espressione che hanno utilizzato più volte, in quanto chi affronta questi viaggi non ha nessuna certezza del proprio futuro, del luogo in cui arriverà e dei giorni che passeranno per raggiungere la propria meta.

Per noi che viviamo in un Paese dove l’individuo è tutelato dai diritti sanciti dalla Costituzione, è inimmaginabile pensare di intraprendere simili viaggi dettati dalla disperazione, ma anche dalla speranza di un futuro migliore, per se stessi e per le proprie famiglie. Non tutti avrebbero il coraggio necessario per affrontare le difficoltà fisiche e in particolar modo psicologiche a cui si espongono i profughi quando decidono di sfidare l’ignoto. 

 

Ma se per noi ragazzi le migrazioni sono viste oggi a “senso unico” verso Paesi avanzati e sviluppati, la Storia ci insegna come spesso anche i nostri connazionali sono dovuti emigrare per cercare fortuna e lavoro altrove. Il nostro incontro dell’8 marzo con lo storico Matteo Sanfilippo e Carola Perillo affrontava questo argomento. Nelle loro vesti di direttore scientifico responsabile delle pubblicazioni del Centro Studi Emigrazione e responsabile progettazione e ricerche Fondazione Centro Studi Emigrazione, ci hanno illustrato tramite dati statistici i movimenti migratori che hanno riguardato la nostra Nazione dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi. Dalle loro spiegazioni abbiamo potuto comprendere meglio quanti italiani siano partiti, soprattutto per l’America e l’Europa, e vivano tutt’ora all’estero in numero maggiore di quanto possiamo pensare.

L’ultimo incontro del 12 aprile è iniziato collegandoci con Valeria Elia, attivista ed esperta della questione siriana, attualmente residente in Turchia, dove si occupa di aiutare sul campo i profughi provenienti dalla Siria. Lei ci ha illustrato brevemente le cause che hanno portato, nel periodo della Primavera araba del 2011, all’inizio del conflitto che tuttora sconvolge la popolazione siriana; le varie dinamiche che si sono susseguite in questi dieci ininterrotti anni di guerra; le attuali condizioni dei profughi interni, nei campi profughi in Siria, ed esterni, ospitati in Turchia.

Durante il suo intervento si è collegato con noi Alaa Damor, un giovane siriano ventottenne di Aleppo rifugiato in Turchia. La storia della sua vita ci ha particolarmente colpito. Figlio di un avvocato e di una insegnante, stava intraprendendo gli studi alla facoltà di archeologia all’università di Aleppo, quando hanno avuto inizio i primi disordini in Siria. Nessuno poteva immaginare in cosa sarebbe scaturita questa prima fase delle proteste contro il Governo, a cui lui stesso, con i compagni di università, ha partecipato attraverso manifestazioni pacifiche, subito represse con la violenza dall’esercito governativo. Malgrado la difficile situazione del Paese, lui e la sua famiglia sono rimasti nella propria patria fino al 2015, anno in cui ha terminato gli studi. Sicuramente il suo percorso formativo avrebbe avuto molti sbocchi in Siria, che da sempre è conosciuta come una nazione artisticamente e culturalmente avanzata, grazie ai suoi numerosi siti archeologici da sempre fulcro della civiltà mediorientale. La dedizione, il coraggio e la forza che gli hanno permesso di non mollare mai devono essere per noi ragazzi un esempio a non arrendersi e credere sempre nei propri progetti per il futuro. Attualmente Alaa e i suoi genitori vivono in Turchia, dove hanno iniziato un nuovo percorso di vita, inizialmente tra mille incertezze, ora più solido grazie anche all’aiuto dei volontari. Dalle sue parole è emerso che per lui la Siria non è solo la sua terra, ma è parte fondamentale del suo cuore, malgrado la consapevolezza di non potervi tornare nell’immediato futuro, in quanto lui, come tutti i profughi, rischierebbe di essere considerato un disertore, e per questo perseguitato.

Ogni incontro a cui abbiamo partecipato ci ha permesso di guardare oltre la nostra quotidianità e riflettere sulle condizioni di sofferenza e incertezza che tuttora affliggono intere popolazioni. Avendo ora ascoltato queste testimonianze dirette, ognuno di noi può riflettere e non avere più alibi per restare indifferente al dolore di chi ha lasciato la propria patria e la propria vita nella speranza di un futuro.  

                                                                                                                                     Ludovica Fagandini